Ecco
le parole del regista Andrea Rigon:
- Durante
la mia carriera di fotografo e direttore di un magazine di moda ho avuto
moltissime esperienze, ma non avevo calcolato che un giorno avrei provato
l’emozione di essere regista un cortometraggio.
E’
stato tutto molto veloce, dal detto al fatto, mi sono trovato a dirigere un
gruppo di persone che mi hanno aiutato, prima di tutto a crescere
professionalmente, poi a risolvere le difficoltà che normalmente si trovano
realizzando questo tipo di progetti.
Ho
deciso di realizzare un cortometraggio sulla violenza psicologica nei confronti
delle donne perché è una delle violenze più devastanti e distruttive che una
donna possa subire, ma allo stesso tempo anche la più sottovalutata perché
non è quasi mai colta come un sopruso da chi assiste da fuori; chi la subisce
invece, proprio perché non lascia lividi esterni, molte volte non riesce a
parlarne e lo vive come una vergogna.
Ho
scelta il titolo “UN SILENZIO SOFFOCATO“ perchè è la
sensazione che vivono le donne che sono costrette a sopportare queste
situazioni di vita quotidiana, fin da piccole sono messe in condizione di
essere invisibili, ma allo stesso tempo pensano di essere la causa dei problemi
della famiglia.
Questo
progetto è nato circa 4-5 anni fa, ho avuto la fortuna di lavorare con
moltissime persone nei miei anni di carriera fotografica dai matrimoni alla
moda, e mi capitava spesso di entrare in discorsi e racconti molto delicati ed
importanti.
Non vi nascondo che molte volte mi trovavo in difficoltà nel rispondere, ma
cercavo di essere il più possibile vicino a queste realtà, ed allora ho
deciso di mettere anch’io un mio contributo per riuscire a dare forza a chi
soffre queste situazioni.
Spero
che questo cortometraggio da noi realizzato piaccia sia dal lato artistico ma
ancor di più dal lato sociale, il mio scopo è dare coraggio e forza a chi
deve emergere da questa piaga che soffoca la libertà umana.
Ho
scelto di coinvolgere una Scuola Superiore per le riprese proprio per
sensibilizzare in primis i giovani, per fermare questa violenza e aiutare le
persone a riconoscerla ed a tornare a vivere.
Come
ci ha già anticipato il nostro direttore Andrea Rigon, che
per la prima volta ha provato l’esperienza della regia, incontriamo ora anche gli
altri membri del cast e gli
“ addetti ai lavori” con delle interviste che ci portano nel cuore del
cortometraggio, il backstage.
Abbiamo
incontrato la protagonista femminile del film Ylenia Mascheroni che
interpreta Elena, una donna vittima di violenza psicologica da parte un po’ di
tutti.
Come
ti sei preparata emotivamente per interpretare il tuo personaggio, vittima di
abusi psicologici?
Posso
dire di aver sentito il mio personaggio, Elena, molto vicino a me.
Purtroppo ho sperimentato sulla mia pelle la violenza psicologica, e questo in
qualche modo mi ha permesso di creare un legame profondo e, potrei dire,
naturale con il mio ruolo.
Non
é stato necessario preparare le mie emozioni a “qualcosa di nuovo”, quanto
più che altro separare le dinamiche che lei subiva dalle mie personali
esperienze, lasciando comunque in contatto la parte emotiva.
Quale
pensi sia il segnale più sottovalutato della violenza psicologica?
Credo
che sia proprio il fatto che non lasci segni sulla pelle, ma dentro coloro che
la subiscono. Viene sottovalutato come fenomeno in generale proprio perché non
potendolo mostrare fisicamente, é difficile da dimostrare e da denunciare.
Purtroppo al giorno d’oggi si sottovaluta proprio la violenza psicologica per
questi motivi, ritenendola meno importante o, in caso contrario, molti ne
abusano e utilizzano a sproposito; il che poi va a discapito di chi realmente
l’ha subita e trova la forza di denunciare (il che richiede molto coraggio,
infatti sono molti a non farlo per timore).
Cosa
speri che il pubblico provi uscendo dalla sala?
Uscendo
dalla sala, spero che il pubblico possa capire la gravità e l’importanza di
questo tipo di violenza.
Questo perché spesso viene insegnato e consigliato di denunciare, ma
purtroppo, anche nel momento in cui si fa, le denunce non vengono credute o,
comunque, le vittime vengono lasciate prive di alcun tipo d’aiuto.
Spero
che con il nostro lavoro la consapevolezza su questo tema possa crescere ed
essere in qualche modo un “monito” a fare effettivamente qualcosa quando una
persona trova il coraggio di denuncia.
Abbiamo
incontrato anche il coprotagonista, Denis Berri, che nel
cortometraggio interpreta il marito violento.
Cosa
hai pensato del tuo personaggio leggendo la sceneggiatura?
Leggendo
attentamente la sceneggiatura ho cercato di entrare nella psicologia mentale
del personaggio che ho interpretato, poi man mano che continuavamo a girare
l'empatia con Ylenia (la protagonista) , il regista e tutta la troupe è
aumentata sempre di più e tutto è diventato meno complicato di quello che
immaginavo, si sa che questi argomenti non sono semplici da recitare.
Come
ti sei preparato per sembrare più intenso per il set?
Per
alcune scene moto intense, cariche di odio nei confronti di Elena, ho dovuto
prendermi del tempo da solo con me stesso prima di girare, per "caricarmi
a dovere" e poter coinvolgere lo spettatore.
Che
idea ti sei fatto del tema toccato nel cortometraggio?
Il
fatto che, a differenza di quella fisica, la violenza psicologica i lividi e le
ferite li provoca internamente e quindi anche le persone che ti vogliono bene
possono non rendersi conto della sofferenza e del dolore che può subire una
persona, mi ha molto colpito.
E’ una cosa molto pericolosa che andrebbe sensibilizzata maggiormente anche
dalla opinione pubblica.
Qual
è l’obbiettivo di Un Silenzio Soffocato?
L’obiettivo
del film è fare capire che la violenza psicologica è un problema molto serio
e grave, da non sottovalutare assolutamente fermandosi solo alla “facciata”.
A
volte una persona può mostrarsi in pubblico in un certo modo, ma dobbiamo
stare attenti e cercare di capire se una persona necessita invece di un aiuto
ed attivarci quindi prontamente in tal senso.
Bisogna
arrivare ad eliminare ogni tipo e forma di violenza.
Un
personaggio incontrato proprio all’inizio del film è la mamma di Elena, il
primo vero rapporto di violenza psicologica che la protagonista ha fin dalla
tenera età, interpretata dalla famosa attrice e modella internazionale Andreea
Duma.
Come
è stata la tua esperienza con questo tema così particolare?
Ho
la fortuna di essere sposata con un avvocato che si occupa di diritto di
famiglia civile e penale e più volte lui mi ha spiegato le dinamiche della
violenza psicologica che sembra più sottile ma è altrettanto devastante di
quella fisica. Facendo leva su tali dinamiche ho cercato di immedesimarmi nella
mentalità dell’abusatore.
Certo
è che farlo tenendo conto che l’abuso era indirizzato ad un figlio è
risultato particolarmente difficile.
Cosa
vorresti che restasse della tua interpretazione al pubblico?
Spero
che il pubblico possa cogliere la gravità dell’argomento e la necessità di
comprenderne le dinamiche;
la violenza psicologica è sottile, si incunea nella mente della vittima e la
priva di ogni capacità di reazione.
Quindi
Il segnale più sottovalutato della violenza psicologica è il dubbio
sistematico su sé stessi: la vittima inizia a chiedersi "sto
esagerando?", "sono troppo sensibile?" — una dinamica che gli
esperti identificano come il nucleo invisibile dell'abuso psicologico.
Un
altro personaggio molto importante nel film è la figura della suocera di
Elena, interpretata da Lucia Schierano, che non si risparmia per
trattare con sufficienza e disprezzo la futura nuora.
Lucia,
come stata l’esperienza sul set?
Lavorare
con Andrea è stata una sorpresa, interpretare un ruolo ostile, giudicante,
denigrante non è stato facile, ma grazie ad Andrea e al suo staff è
stato semplice.
Una semplicità emersa dalla chiarezza dell'intento e lo scopo da raggiungere.
Nelle sue indicazioni ho respirato piena fiducia e questo mi ha permesso la
massima libertà interpretativa.
Cosa
vorresti che il pubblico percepisse da questa tua interpretazione?
Ho
cercato di dare peso all'invisibile, di far emergere un tema spesso nascosto o
sottovalutato come la violenza psicologica, l’ho vissuto quasi come un dovere
etico e morale e questo penso anche da tutti i partecipanti del progetto.
Ho apprezzato molto l'atmosfera piacevole e collaborativa che si è creata fra
gli attori e le giovani e capaci maestranze, sempre attente, precise, pronte a
trovare soluzioni.
Anche
grazie a loro l'eco del controllo, si avverte anche quando nessuno parla e lo
sguardo della madre continua a giudicare oltre l’inquadratura.
Mi auguro di avere dato al pubblico uno spunto di riflessione e di averlo
sensibilizzato sul tema.
Ed
ora passiamo allo staff tecnico, le tre videomaker, studentesse al 4°anno
della Scuola Superiore Carlo Rosselli di Castelfranco Veneto (Tv), Elisa
Elek, Matilde Guidolin e Giorgia Camillo.
Come
è stata la vostra prima esperienza su un vero set professionale?
Elisa: È stata
un'esperienza fantastica, sono contenta che mi sia stata data questa
opportunità di lavorare con persone così preparate, mi ha aiutato molto e mi
ha dato la possibilità di imparare tantissime cose nuove ed interessanti ogni
giorno.
Matilde: È stato molto
interessante e mi ha fatto conoscere anche questo mondo, è stata un'
esperienza unica e sono molto felice di essere riuscita a partecipare a questo
progetto.
Giorgia: E’ stata
un'esperienza nuova, che non capita a tutti, inizialmente avevo un po di
timore, di non riuscire a dare il meglio di me ma poi con l'aiuto di Andrea e
del suo staff sono riuscita ad ambientarmi e a svolgere tutto con professionalità
e tranquillità, è stata sicuramente una bella esperienza e sarei felice di
ripeterla in futuro.
Cosa
ti ha trasmesso realizzare un film con un tema così importante?
Elisa: Mi
ha fatto capire quanto sia importante trattare questi argomenti con molta cura,
è una grande
responsabilità,
sono molto orgogliosa di aver dato il mio contributo per realizzare questo
progetto.
Matilde: Una tematica molto
delicata, che si sottovaluta molto purtroppo, inoltre realizzare tuto questo mi
ha dato la più consapevolezza sull'argomento e ne sono molto felice.
Giorgia: Sicuramente è un
tema molto delicato e difficile da affrontare per questo tendevo a non pensarci
molto, ma realizzare un film mi ha dato la possibilità di capire questo grave
problema sociale.
Sapere
che sarà visto al cinema, cosa si prova?
Elisa: ”È
un’emozione bellissima. Il cinema è il posto perfetto per vedere un film e non
vedo l'ora di condividere
questo
momento con il pubblico in sala per vedere le emozioni che siamo riusciti a
trasmettere.
Matilde: Sapere che il nostro
lavoro di 3 mesi possa essere visto da un pubblico al cinema mi emoziona
moltissimo, sono molto contenta del lavoro che abbiamo svolto e spero che tutti
possano comprendere appieno il messaggio.
Giorgia: E’ una grande soddisfazione
sapere che ciò per cui hai lavorato per più di tre mesi verrà riprodotta sul
grande schermo e ci saranno molte persone che la vedranno, abbiamo dato del
nostro meglio e sono certa che il nostro lavoro sarà apprezzato e compreso.
Un
ringraziamento va a tutti i nostri sponsor tecnici che si sono prestati con
attrezzature e locations.
Ringraziamo SCARPETTA ROSSA per il patrocinio per la
realizzazione di questo cortometraggio.
Ufficio Stampa
Francesco Caruso Litrico
+39 333 4682892 | fralit@alice.it




